Ferrara, 12–14 maggio 2026. Tre giorni al centro di una delle conversazioni più importanti d’Europa sul futuro del patrimonio culturale.
amuseapp era lì.
Perché il Salone del Restauro
Il Salone Internazionale del Restauro di Ferrara non è una fiera qualunque. È l’appuntamento dove si incontrano restauratori, museologi, soprintendenze, istituzioni culturali, università e innovatori: un ecosistema raro, in cui la profondità tecnica e la visione strategica condividono lo stesso spazio.
Per noi — come principale piattaforma italiana per la progettazione di esperienze di visita accessibili e personalizzate per musei, borghi, parchi, castelli e chiese — era il contesto giusto. Non per "esserci", ma per portare una prospettiva che ancora fatica a trovare spazio nelle conversazioni sul patrimonio: quella dei dati, del comportamento dei visitatori, del design dell’esperienza.
Uno stand che ha fatto parlare
Prima ancora del convegno, è stato lo stand a creare conversazione.
L’abbiamo strutturato come un’esperienza interattiva, coinvolgente, capace di invitare chi passava a fermarsi — non solo a guardare. E ha funzionato.
Ma la cosa più interessante è quello che abbiamo imparato dal pubblico stesso.
Abbiamo fatto due domande semplici a 100 persone tra i visitatori della fiera. Le risposte ci hanno dato materiale su cui riflettere.
"Cosa non deve mai mancare in un museo?"
La prima domanda era volutamente aperta. Volevamo capire cosa il pubblico — non i professionisti del settore, ma le persone — considera essenziale in un’esperienza museale.
Le risposte più frequenti:
- Buona illuminazione — perché un’opera mal illuminata è un’opera che non si vede davvero
- Guide pensate per i bambini — perché la cultura deve parlare a tutte le generazioni
- Elementi interattivi — perché stare fermi a guardare, dopo un po’, non basta
- Prezzi accessibili per tutti — perché il patrimonio è di tutti
- Accessibilità — intesa in senso ampio: fisica, sensoriale, cognitiva
- Didascalie chiare — perché troppe spiegazioni sono ermetiche quanto l’assenza di spiegazioni
- Sedie e panchine — per fermarsi, respirare, osservare meglio senza la fretta di dover camminare
- Informazioni chiare per tutti — non solo per gli esperti
- Percorsi inclusivi — che non lascino indietro nessuno
Niente di rivoluzionario, in apparenza.
Eppure: quanti musei soddisfano davvero tutti questi criteri? Quanti progettano l’esperienza con questa checklist in mente?
"Come ti senti quando visiti un museo?"
La seconda domanda cercava qualcosa di più intimo: l’emozione, non la valutazione razionale.
Le tre risposte più gettonate ci hanno colpito per quello che dicono insieme:
"Ispirato e soddisfatto" — c’è chi esce da un museo carico, rigenerato, con qualcosa in più.
"Vorrei capire di più" — c’è chi rimane con la sensazione di aver sfiorato qualcosa senza riuscire ad afferrarlo davvero.
"Interessato, ma un po’ perso" — c’è chi entra con curiosità genuina e si trova disorientato nel percorso.
Questi tre stati d’animo raccontano tutto. Il museo funziona — emotivamente, culturalmente — quando trasforma il "vorrei capire di più" e il "sono un po’ perso" nella stessa sensazione di chi dice "ispirato e soddisfatto".
Non è una questione di contenuti: è una questione di progettazione dell’esperienza.
Ed è esattamente il problema che amuseapp aiuta a risolvere.

Il convegno: Netflix, TikTok e il futuro dei musei
Il 12 maggio, alla Sala De Chirico, Marco Da Rin Zanco — CEO e founder di amuseapp — ha condotto insieme al Dott. Luca Zamparo, museologo dell’Università di Padova, il convegno "Come progettare un’esperienza di visita accessibile e coinvolgente nell’era di Netflix e TikTok".
Il punto di partenza era una domanda scomoda:
perché una persona passa due ore su Netflix senza annoiarsi, e venti minuti in un museo le sembrano un’eternità?
La risposta non ha a che fare con la qualità dei contenuti, né con la presunta disattenzione del pubblico contemporaneo. Ha a che fare con la progettazione — e con i dati.
Netflix sa in quale secondo un utente perde interesse. TikTok costruisce un profilo preciso in 15 minuti di utilizzo. I musei, nella maggior parte dei casi, chiedono ancora "com’è andata la visita?" e ottengono quasi sempre "molto bello" — senza imparare quasi nulla.
Come ha sintetizzato Luca Zamparo dal palco: "L’affaticamento nei musei è qualcosa che tutti sperimentiamo. Queste cose sono state studiate, ma ancora oggi l’approccio è troppo teorico e poco legato all’azione."
La buona notizia? I musei hanno un vantaggio strutturale che Netflix non avrà mai: offrono un’esperienza fisica, presente, capace — se progettata bene — di non consumare l’attenzione, ma di rigenerarla.
I temi trattati durante il convegno sono stati già approfonditi in questo articolo.

Cosa portiamo a casa
Tre giorni a Ferrara ci hanno restituito conferme e nuovi stimoli.
Conferma che la domanda che ci muove — come si progetta un’esperienza di visita che funzioni davvero, per tutti — è la domanda giusta. E che il settore è pronto ad ascoltarla.
Nuovo stimolo dalle 100 risposte raccolte allo stand: i visitatori sanno benissimo cosa vogliono. Sanno anche come si sentono quando qualcosa non funziona. Il lavoro da fare è trasformare queste percezioni in dati strutturati, in decisioni progettuali, in esperienze migliori.
È quello che facciamo ogni giorno con amuseapp: aiutare luoghi della cultura a capire come si muovono i loro visitatori, cosa li trattiene, cosa li perde — e come progettare un’esperienza che lasci il segno.
Il Salone del Restauro è stato un inizio. Torniamo al lavoro con più chiarezza, più connessioni, e qualche domanda in più da esplorare.
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