I musei non competono tra loro. Competono con il divano.

Introduzione

C’è un’idea che torna spesso, quando si parla di cultura:
“Dobbiamo competere con il museo di fianco.”

Nella maggior parte dei casi, non è vero.

Il vero competitor di un museo, di una chiesa, di un sito archeologico, oggi è molto più comodo:

“Resto a casa sul divano e mi guardo qualcosa.”

È un competitor brutale perché:

  • non chiede parcheggio
  • non chiede biglietto
  • non chiede fatica

E soprattutto perché negli ultimi anni ha fissato uno standard mentale molto preciso:

  • Personalizzazione: “Qui dentro c’è sempre qualcosa adatto a me.”
  • Engagement: “Se parto, mi ci incolla.”

Netflix lo dice chiaramente: la finestra di attenzione per scegliere cosa guardare è minuscola. Dopo circa un minuto, se non hai trovato qualcosa che ti prende, aumentano drasticamente le probabilità che tu molli.

Ora, in un luogo della cultura la situazione è ancora più difficile:

  • sei in piedi
  • hai tempi stretti
  • hai bambini che piangono, gruppi che bloccano le sale, meteo incerto, stanchezza

Quindi no: non è vero che “la gente non vuole contenuti alti”.

È vero che oggi la cultura deve portare contenuti alti con forme contemporanee.

La cultura non deve diventare Netflix. Deve imparare due cose da Netflix.

1) Personalizzazione: non per età, ma per motivazione

Il primo errore tipico è segmentare “come all’ufficio anagrafe”:

  • italiani / stranieri
  • giovani / adulti
  • studenti / famiglie

Funziona un po’. Ma non basta.

Nei visitor studies c’è un’idea molto più potente:
le persone entrano in museo con motivazioni diverse.
Non è “chi sei”. È “perché sei qui oggi”.

John H. Falk identifica alcuni profili ricorrenti:

  • Explorer: curioso, vuole imparare
  • Facilitator: è lì per far star bene qualcun altro
  • Experience Seeker: vuole “spuntare” un luogo importante
  • Professional / Hobbyist: è competente, vuole profondità
  • Recharger: cerca bellezza, pace, ricarica

Se vuoi personalizzazione, non devi fare compilare questionari infiniti.

Bastano poche scelte intelligenti che cambiano davvero l’esperienza:

  • “Vuoi un percorso breve o profondo?”
  • “Sei qui per scoprire o per staccare?”
  • “Sei con bambini o no?”

A quel punto cambia:

  • il ritmo
  • il tono
  • le scelte narrative

Questo è esattamente ciò che fa Netflix:
non ti mostra tutto. Ti mostra quello che per te ha più probabilità di funzionare.

2) Engagement: non aggiungere informazioni. Progetta trasporto.

In psicologia e marketing c’è un concetto chiave: narrative transportation.

Quando sei “trasportato” dentro una storia:

  • l’attenzione aumenta
  • l’emozione aumenta
  • ricordi di più
  • sei più coinvolto

Traduzione pratica:

Se vuoi engagement, non devi aggiungere informazioni.
Devi progettare un’esperienza.

Un’esperienza che crea:

  • curiosità
  • empatia
  • senso
  • ritmo

Se vuoi competere con il divano, non devi “dire più cose”.
Devi progettare storie che le persone vogliono attraversare.

Ed è qui che la cultura ha un vantaggio enorme.
Perché le storie ce le ha già.
Deve solo imparare a metterci dentro le persone.

Se ti interessa vedere come si fa davvero, c’è un caso perfetto: l’audioguida di Alcatraz. 

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